ALIMENTAZIONE SPORT
DIMAGRIMENTO
  a cura di Orazio Paternò
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DI INTEGRATORI E DI COMPLESSITÀ

 IL CASO OMEGA-3 

E LO ZAMPINO DEL GENOMA INUIT

  

L’epos del mondo degli integratori miracolosi non lascia spazio a diffidenze, critiche e scetticismi. La sua narrazione racconta di un mondo sempre a colori, innaffiato di una melensa retorica taumaturgica: basta l’elemento X per gabellare le gorgiere di ciccia che minacciano  sottomento, vita, fianchi e glutei; basta l’elemento Y per uccellare mal di testa e tumori; basta l’elemento Z per spianare le rughe e congelare l’incedere impietoso della decadenza estetica.

 
La ricerca fortunatamente si occupa si scrostare la mano di bianco che il marketing mette sul prodotto anti-tutto del momento e ci rivela una realtà eversiva, tutt’altro che rassicurante. Grazie ad essa abbiamo disboscato a suon di machete la vegetazione degli integratori della speranza e fatto un po’ di luce su quanto di buono ci fosse sul mercato (http://www.nutrizionesport.com/EFSA.html). Naturalmente tutta la parte di foresta piantumata di illusioni è stata ridotta ad una brulla pianura. Mentre qua e là si possono scorgere piccole radure di integratori che hanno dato risultati unanimi nel corso delle numerosissime ricerche. Vedi la voce creatina e proteine, pur contestualizzati al tipo e all’intensità dello sport praticato e ridimensionati a una risposta individuale (un ampio report sugli integratori proteici più quotati lo trovate sul libro in uscita: “Alimentazione e Composizione Corporea” 2.0 di Claudio Suardi e Orazio Paternò, Edizioni Sporting Club Leonardo da Vinci 2015).

Tra gli integratori più studiati ci sono i celebrati omega-3, tipologia di grassi entrati nel lessico comune come sinonimo di salute. Alloggiano soprattutto nel pesce, nelle mandorle, nelle noci e nell’olio di semi di lino. L’OMS ne raccomanda un consumo quotidiano di circa 300-500 mg e l’American Heart Association consiglia due porzioni di pesce alla settimana per contribuire a rimpolpare le file degli omega-3 (Arterioscler Thromb Vasc Biol. 2003)

  

Agli omega-3 si attribuiscono proprietà…

  1. …talora promettenti, come l’effetto antinfiammatorio, anti-trigliceridi, ipotensivo e anti-aggregazione piastrinica (Nutrients. 2014)  o come l’effetto preventivo nei confronti della SLA o del tumore al seno (JAMA Neurol. 2014; BMJ. 2013)
  2. …altre volte sovradimensionate o inesistenti, come la prevenzione della demenza senile o il trattamento dell’Alzheimer (JAMA. 2015; Cochrane Database Syst Rev. 2012; J Alzheimers Dis. 2014), gli effetti anabolici sulla muscolatura e i miglioramenti della performance sportiva (http://www.nutrizionesport.com/integratori%20parte%20II.html).
  3. Per finire, uno studio in doppio cieco randomizzato di tipo prospettico, pubblicato il 9 maggio 2013 dalla prestigiosa rivista The New England Journal of Medicine dimostra come il trattamento con omega-3 non porti vantaggi né sulla mortalità né sulla ospedalizzazione dovuta ad eventi cardiovascolari.

BMJ, 2010

 BMJ, 2010

 

La bibliografia sugli omega-3 è sterminata e oggi non mi occupo di fare il punto su tutti i claim salutistici che riconducono a essi. È però interessante appuntare l’occhio su alcuni elementi che destrutturano il principio per cui basta una sola sostanza per risolvere ogni problema. Un’abitudine che non ha risparmiato gli omega-3, investiti di attese quasi messianiche. A rischio di guastare la porrata agli ottimisti, dobbiamo fare i conti con la complessità della nostra fisiologia che stride con quella fame di semplicità dei consumatori puntualmente accarezzata dal marketing.

E il caso degli Inuit rende conto della complessità delle cose, quando si entra nel territorio sdrucciolo dell’integrazione…

 

La fama degli omega-3 (EPA e DHA) è cresciuta in seguito all’osservazione che il popolo degli Inuit (Eschimesi), grande consumatore di grassi omega-3 (pesce), è più protetto dall’infarto. Da qui alla creazione di una linea di integratori dedicata il passo è stato breve. Tramestando però le carte dei dubbi sollevati dalle evidenze scientifiche e riconsegnando un mazzo con una sola carta: l’asso pigliatutto. Gli omega-3, nella mitopoiesi del marketing, sarebbero la soluzione per ogni male presente e la prevenzione per ogni male futuro.  

La scienza, dal canto suo, si è dovuta prendere i suoi tempi (la ricerca costa tempo e denaro), ma è giunta, pur in differita rispetto alla messa in onda di certi mantra pubblicitari, a conclusioni molto più prudenti e che rendono conto della complessità della situazione.

Innanzitutto gli omega-3 da soli non bastano. Devono essere in equilibrio con gli omega-6, con i quali sono in competizione. E se la pillola può garantire una formula che rispetti il delicato equilibrio (rapporto 5:1 tra omega 6 e omega 3, INRAN), il resto dei pasti veri e propri può trasformare la tavola in una corsa ossessiva alla combinazione e alla pesa di cibi che mantengano il rapporto aureo tra i due grassi. Un rito triste oltre i confini dell’ortoressia.  I cui effetti protettivi

sul cuore non sono certi (Ann Intern Med. 2014), mentre nei soggetti con diabete di tipo II non esercitano alcun effetto positivo sulla glicemia e insulinemia a digiuno e alzano il colesterolo LdL (Cochrane Database Syst Rev. 2008; Diabetologia. 2007).

  
Ma ancora più interessante è lo studio pubblicato nel corso dell’anno (2015) da Science. Che ci consegna una realtà un po’ più complessa rispetto al ruolo cardioprotettivo degli omega-3 desunto apoditticamente dalla correlazione tra la dieta degli Inuit e la bassa incidenza di infarti. 

È vero: gli Inuit della Groenlandia, grandi consumatori di grassi animali e in particolare di omega-3, registrano un basso tasso di mortalità cardiovascolare. Si nutrono sostanzialmente di pesce e di foche senza frutta e verdura, irreperibili negli ambienti artici. Una miscela fatale per le coronarie di noi Europei. Mentre il cuore degli Inuit regge con disinvoltura questa bulimia di grassi animali. Anzi, nei loro vasi il colesterolo cattivo (LdL) e l’insulina a digiuno sono orientati verso il basso. Tutto grazie agli omega-3, si presumeva.

In realtà, perché il cuore sia protetto in queste condizioni alimentari, è necessario essere degli Inuit e condividerne il DNA. Al di là degli omega-3. Solo questa popolazione ha un cluster di mutazioni nei geni che sovrintendono al metabolismo degli acidi grassi e che tengono “puliti” i vasi sanguigni.

Per la precisione, il popolo dei ghiacci mostra di possedere una serie di modificazioni delle desaturasi degli acidi grassi che determinano i livelli degli acidi grassi polinsaturi

 

Gli Inuit hanno cioè  la cassetta degli attrezzi (pool genetico) necessaria per modificare il metabolismo dei grassi e proteggerli da quelle malattie cardiache che insidiano chi si espone  cronicamente ad elevatissimi livelli di proteine e grassi animali.

Una curiosità: le stesse mutazioni influenzano anche la produzione degli ormoni della crescita, dando conto della bassa statura della popolazione

Questo esempio si innesta sul più ampio fenomeno della MICROEVOLUZIONE che ha permesso all’uomo di adattarsi all’ecologia alimentare locale. Non bastano le presunte o vere proprietà dell’alimento (o della molecola). Quella è la chiave. La serratura è rappresentata da quell’organismo che  ha plasmato (per necessità) il metabolismo in funzione di quell’alimento o quel gruppo di alimenti. Ciò che per una popolazione è ordinariamente metabolizzato, per altre può rappresentare uno scenario inedito, straordinario e difficilmente sostenibile sul breve o sul lungo termine. Tant’è che le popolazioni esposte da millenni al consumo cospicuo di carboidrati hanno sviluppato delle piccole mutazioni nei geni che codificano per gli enzimi del gruppo amilasi, gli enzimi che digeriscono gli zuccheri(Nature Genetics, 2007; J Nutrigenet Nutrigenomics2012). La tolleranza ai carichi di carboidrati sarà dunque migliore rispetto a popolazioni in cui i carboidrati entrano in percentuali ridotte nella dieta (Inuit, Aborigeni australiani). I cacciatori-raccoglitori di oggi, come i Datooga della Tanzania, tendono ad avere assai meno copie del gene che codifica per l’amilasi (AMY1) rispetto agli individui che discendono da popolazioni di agricoltori che vivono in Africa, America o Asia. Avviare la digestione dell’amido già nel punto di ingresso del cibo sembra essere stato un vantaggio per gli antichi agricoltori ovunque adottarono cereali e altre piante ricche d’amido (Nature Genetics, 2007)

 

CONCLUSIONI

Il caso degli omega-3 è solo un esempio per capire la complessità di ciò che invece viene confezionato in forma semplice: una molecola possiede certe proprietà, la trasformo in integratore ed estinguo d’incanto i debiti di salute. Ammesso che la molecola X abbia dato dei risultati promettenti (ma non definitivi), è sempre necessario ricordare che:

 

1.     la salute e la longevità sono figlie di combinazioni multifattoriali (genetica, alimentazione, attività fisica, ambiente…)

2.     affidare la propria salvezza a un solo alimento/molecola  è un comportamento dal sapore para-religioso e maniacale

3.     la stessa dieta può avere effetti differenti su persone diverse, in base al proprio corredo genetico

4.     plagiare l’alimentazione di un altro popolo o di un’era preistorica idealizzata come un diorama di plastica (il Paleolitico, ma quale? Alto, medio o basso Paleolitico? E la dieta di quale latitudine?) è un autogol salutistico, mancando la cassetta degli attrezzi evolutiva per gestire certe quantità di proteine, grassi o zuccheri. Normali per certi popoli, straordinarie (e dannose) per altri

5.     ammesso che l’integratore sia efficace, i suoi benefici potrebbero nascondere l’insidia di effetti collaterali, se l’alimentazione copre già a sufficienza i fabbisogni. Vedi gli effetti collaterali di dosi generose di vitamine (http://www.nutrizionesport.com/multivitaminici%20e%20antiossidanti.html)

6.     le correlazioni (in questo caso tra tipo di dieta e infarti) sono solo un punto di partenza. Ma devono essere verificate e bonificate da fattori confondenti. Se ci fermassimo alle correlazioni tra due fenomeni che, magari casualmente, mostrano lo stesso andamento nello stesso periodo storico, potremmo tranquillamente affermare che il consumo di formaggio causa la morte per intrappolamento tra le lenzuola

 

I grassi omega-3, come detto in apertura, sono una parte importante della nostra alimentazione. Ma c’è tanto altro che concorre alla salute: un’alimentazione bilanciata nelle 24 ore ed estesa in modo personalizzato, uno stile di vita attivo una genetica che giochi a nostro favore. Celebrare un solo alimento/molecola o latrare contro l’alimento/molecola killer di turno fa parte di una liturgia affamata di consensi e di denari facili.  E accarezzare le ingenue emotività collettive con delle promesse mendaci è un rito furbo che si replica da troppo tempo.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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