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  a cura di Orazio Paternò
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LEZIONI DI GUIDA CONSAPEVOLE TRA LEGGENDE VEGANE

 

 

La trama  della nostra evoluzione è onnivora ed è illusorio restringerla al solo consumo di vegetali.  Dopo le indiscutibili evidenze sulle dimensioni tascabili dell’intestino deputato alla digestione delle fibre vegetali (cieco), sulla partecipazione cruciale delle proteine animali (e della loro cottura) nello sviluppo del cervello, sull’adattamento alle varie ecologie alimentari – e la conseguente colonizzazione di tutti gli ambienti del pianeta - che solo l’onnivoria poteva regalarci, per ultima si presenta la “prova della mandibola” e dei movimenti in tutte le direzioni di cui è dotata. Un aspetto insignificante? Affatto, ci dice lo studio di David Grossnickle pubblicato nel 2017 su Scientific Reports.

Questa versatilità di masticazione è ciò che ha consentito e consente tuttora a noi e ad altri mammiferi di seguire alimentazioni differenti e variegate, che vanno dallo strappare pezzi di carne allo sminuzzare finemente piante e verdure.

Nonostante le prove inchiodino alla sua pochezza l’idea di una vocazione vegana dell’uomo, la fauna bizzarra degli iscritti al club del tofu e della radice di bardana vorrebbero far passare il loro stile alimentare come figlio di solide argomentazioni scientifiche. Attingendo a un campionario fantastico ed enigmatico di fantasie pseudoscientifiche.

Vediamone alcune…

 

VITAMINA B12, PERCHÉ IL VEGANO DEVE INTEGRARE E GLI ERBIVORI NO?

 

 

Questa è una delle semplificazioni più meste da candidare alla palma del dimenticabile

La vitamina B12, abbondante tra i prodotti animali, ma latitante nei vegetali, è uno dei nodi gordiani del veganesimo: se è un’alimentazione così completa e salutare perché costringe i pasdaran del veganesimo a integrare la preziosa vitamina? Alcuni sono usciti dall’impasse attribuendo al bisogno di integrazione di vitamina B12 il ruolo di male minore rispetto agli “straordinari” benefici del culto del seitan. Altri hanno invece sorpassato i confini del grottesco con un ardito paragone tra noi e gli erbivori. Ponendosi una domanda che sfugge ai radar della ragione: PERCHÉ IL VEGANO DEVE INTEGRARE LA VITAMINA B12 E GLI ERBIVORI NO? 

Sciogliamo questo arcano che si aggrappa a zone del cervello a razionalità limitata

Negli stomaci dei ruminanti in particolare (per i loro 4 stomaci) e degli erbivori in generale esiste una flora microbica che noi non abbiamo e che fa sì che riesca a sciogliere fibre per noi indigeribili come la lignina e la cellulosa. Questa flora batterica viene a sua volta digerita e per essere assimilata deve però passare dallo stomaco, che notoriamente viene prima dell'intestino. Per questo è necessario il "secondo giro". Ecco risolto il mistero di come questi animali riescano a procurarsi gli amminoacidi essenziali e i complessi vitaminici occorrenti, compresa la vitamina B12, mancanti nei vegetali.

Altri animali colmano certe carenze attraverso la poco seducente via della coprofagia. Certi erbivori monogastrici (conigli ad esempio) rimangiano le feci dove alloggiano questi batteri che, digerirti, consegnano i necessari componenti alimentari assenti nei vegetali.

Ecco perché gli erbivori riescono a campare senza dover dare loro degli integratori.

Gli integratori vengono forniti solo ad animali che non hanno batteri nello stomaco e con stabulazioni che non permettono la coprofagia

 

IMPATTO AMBIENTALE DELLA CARNE

I distributori automatici di angosce attribuiscono alla produzione di carne un livello di impatto ambientale che odora di muffa, con dati che risalgono a 50 anni fa. E si vendono ragnatele come tessuto pregiato. L’indeglutibile narrazione vegana soccombe nello scontro frontale con la modernità che ci restituisce un’istantanea aggiornata sui metodi di allevamento.

 
Per produrre 1 kg di carne di maiale negli USA ora si richiede il 78% in meno di terra, il 41% in meno di acqua e crea un’impronta carbonio del 35% minore di 50 anni fa. In Europa la produzione di pollo convenzionale oggi permette di risparmiare l’equivalente di emissioni di CO2 di 250.000 vetture/anno rispetto alla produzione del pollo ruspante (oggi solo 2% del totale). Ciò in ragione della minore alimentazione a parità di incremento ponderale. Per produrre la stessa quantità di carne si ha una impronta ambientale ridotta della metà.

 
E per il 2050 (quando dovremmo essere 9 miliardi) le prospettive legate alle tecniche innovative di allevamento saranno ancora più sostenibili. Per il 2050 in USA si prevede una crescita del 50% della domanda di carne di maiale. Nonostante l’aumentata richiesta, la tecnologia applicata all’agricoltura permetterà di risparmiare 434 tonnellate di mangimi, 262 milioni di acri di terra e 984 miliardi di litri di acqua

 

 

 
NATURE COMMUNICATIONS -nel numero di agosto 2016- ha stilato un bilancio dell’impatto umano sugli ecosistemi: il deterioramento ambientale è attribuito principalmente all’AGRICOLTURA la cui azione sulla biodiversità è drammatica (“We find strong relationships between the severity, extent and expansion of the human footprint and the suitability of land for agricolture).

È inutile  rilanciare dicendo che parte dell’agricoltura è destinata a produrre mangimi animali. La dieta puramente vegana si è dimostrata meno sostenibile di alcuni modelli di diete vegetariane e onnivore.

Il perché lo scoprite qui: https://www.facebook.com/groups/39461348533/permalink/10154560355783534/

 

 

OMEGA-3 NEI VEGETALI, FACCIAMO CHIAREZZA

 

C’è manipolo di grassi essenziali - al secolo OMEGA-3 - che il nostro organismo deve per forza ricavare dall’alimentazione. Ma perché se ne faccia tesoro, gli omega – 3 devono essere convertiti in principi attivi: EPA e DHA. Due dei tre grassi della famiglia Omega-3 - EPA e DHA, quelli utili al nostro organismo - si trovano in abbondanza nel salmone, nel tonno e nel pesce azzurro, tabù inavvicinabili per la moda vegana, vista la loro origine animale. Mentre il terzo - ALA, acido alfa-linolenico, omega - 3 tipico dei vegetali - è abbondante nel nell’olio di semi di lino. L’ALA dell’olio di semi di lino sarebbe un perfetto sostituto in grado di salvare baracca e burattini, cioè salute e coscienza animalista, come va salmodiando la compagnia di giro vegana.  Dunque risolto e archiviato il problema degli omega-tre. Forse. O forse no. Perché nell’epoca della post-verità i concetti vengono espressi a metà, quando va bene. Facendo calare il sipario sulle scomode zone d’ombra. Gli ALA, cioè gli omega-3 dei semi oleosi devono trasformarsi in EPA e DHA perché abbiano un senso salutistico, cioè in quegli omega-3 che troviamo già belli e pronti nel pesce. Invece gli ALA dell’olio di semi di lino, uno dei totem salvifici del veganesimo, odiano perdere la loro identità e solo una minima parte di essi (1-5%) cedono alla conversione in EPA e DHA. Tant’è che servono 20 volte più semi di lino per avere l'effetto del pesce (R. Defèz).

Ridiamo il giusto orizzonte a questo panorama di rovine culturali che vorrebbero parlare di futuro dell’umanità, ma sono solo delle propaggini di un passato che odora di ragnatele.

 

 

50 SFUMATURE DI ZUCCHERI…“NATURALI”

 

Tra gli scaffali del veganesimo (e non solo) è esposta merce scaduta come l’osanna per le proprietà salutistiche degli zuccheri “naturali”, in opposizione a quel vaso di pandora che sarebbe lo zucchero bianco. 

Infatti, se lo zucchero bianco viene tacciato di un’infinità di mali e aggredito con le peggiori contumelie, basta “sporcarlo” con un po’ di melassa per placare le ostilità e trasformare dei garruli detrattori dell’industriale saccarosio in flautate vestali del “naturale” zucchero grezzo di canna.

Diciamolo subito. Gli zuccheri con varie tonalità di scuro hanno semplicemente aggiunta una percentuale diversa di melassa: molto poca in uno zucchero come il turbinado o il demerara, un po' di più nel muscovado e simili. Ma la MELASSA non è altro che  il residuo della lavorazione del saccarosio (che è naturalmente bianco) e non ha alcun valore nutritivo apprezzabile.

LA MELASSA è già dentro lo zucchero. A seconda di quanta melassa tolgo, avrò tonalità diverse di zucchero. Se la tolgo tutta, avrò lo zucchero bianco,

classico. Ma la melassa resta sempre un’impurità senza alcun valore nutritivo (D. Bressanini).

A questa regola non scappa lo zucchero grezzo di canna, cioè lo zucchero che (industrialmente) non è stato portato a purificazione completa. Quindi restano delle tracce di melassa. Mentre l’ingrediente principe (fino al 99%) di tutti gli zuccheri estratti dalla barbabietola o dalla canna è sempre lui: IL SACCAROSIO

 

Dunque il saccarosio si estrae sia dalla canna che dalla barbabietola: chimicamente (e cinicamente) la molecola è la stessa. Indistinguibile dal nostro corpo. E fornisce le stesse calorie per grammo (4 cal). La vera differenza ce la dice l’INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione): Lo zucchero grezzo (che si ricava sia dalla canna da zucchero che dalla barbabietola) è semplicemente uno zucchero non totalmente raffinato: le differenze di colore e sapore dipendono dalla presenza di piccole quantità di residui vegetali (melassa) che non vantano particolari significati nutrizionali (http://www.inran.it/files/download/linee_guida/lineeguida_04.pdf)

Inoltre lo zucchero grezzo di canna canta la retorica della presenza di vitamine e minerali, ma ne è talmente povero che è imbarazzante definirlo un alimento più salutare dello zucchero bianco.
In un etto di zucchero grezzo di canna ci sono 133 mg di potassio, il minerale più rappresentato. Ammesso che in un giorno si introduca un etto di zucchero -e in tal caso scordatevi di dimagrire- saremmo ben lontani dalle dosi nutrizionalmente rilevanti di potassio. Solo per raggiungere la metà dei 4700 mg raccomandati ogni giorno -e cioè 2350 mg- bisognerebbe mangiarsi poco meno di 2 kg di zucchero al giorno. Una banana, secondo le tabelle USDA (ministero dell’agricoltura americano) contiene 422 mg di potassio. Ricavarne la stessa quantità dallo zucchero grezzo equivale a mangiarne circa 3 etti. D’altra parte non è intenzione dello zucchero soddisfare le esigenze giornaliere di minerali e vitamine. Per quello ci sono tutti gli altri alimenti. Lo zucchero deve essere preso per quello che è: un alimento che migliora il sapore di alcuni cibi. Fine del discorso. Senza pretendere altro…

Per una ricognizione critica su tante altre argomentazioni pro-vegan, andate qui http://www.nutrizionesport.com/dieta%20vegana.html

 

FONTI

Marcello Mele, Giuseppe PulinaAlimenti di origine animale e salute”, Franco Angeli Editore 2016

Sci Rep. 2017.

The evolutionary origin of jaw yaw in mammals.

Grossnickle DM.

http://pikaia.eu/levoluzione-di-bocca-buona/

http://www.olioofficina.it/saperi/economia/l-etichettatura-e-i-consumatori.htm

https://www.enoughmovement.com/truth-about-food/?fact=1#fact-1

J Lipid Res. 2012.

omega-3 fatty acid supplementation and cardiovascular disease.





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